Recensione di Anna Bono - 23 novembre 2006
Da molti anni il femminismo antagonista, che rappresenta una parte consistente del movimento femminista e senz'altro quella più visibile e attiva, estremizza e subordina a fini politici le legittime istanze delle donne. Si tratta, secondo Alessandra Nucci - autrice di La donna a una dimensione. Femminismo antagonista ed egemonia culturale, appena pubblicato dalla casa editrice Marietti 1820 - di un'evoluzione del femminismo che ha per obiettivo reale non la parità tra uomo e donna, bensì la scomparsa dell'assetto sociale basato sulla famiglia in funzione di una visione antropologica di «genere» che «postula un'umanità basilarmente androgina e in tutto intercambiabile e l'antagonismo anti-uomo elevato a prassi di portata e ambito mondiale».
Il saggio di Alessandra Nucci è una riflessione, acuta, serrata e assai ben documentata, sui modi e i canali con cui si cerca di inserire nella cultura e nelle convinzioni di tutti il modello globale di donna che ne deriva, omologato ad un canone prefissato. «Quello che interessa - spiega l'autrice nell'introduzione al testo - non sono tanto le posizioni femministe in sé, bensì il fatto che, in un'epoca in cui si relativizza sistematicamente qualsivoglia idea, religione o filosofia, tali posizioni vengono date per valide in partenza, descritte e inserite nei meccanismi educativi come verità assolute, saltando a piè pari, in nome di una missione salvifica, il momento della consapevolezza e dell'adesione personale». In sostanza, dunque, si tratta di un femminismo dal carattere totalitario, che vorrebbe - sono ancora parole di Nucci - «imporre la sua visione su ogni cosa, che parla di uguaglianza quando intende uniformità, che crea pregiudizi con la scusa di combatterli, che si presenta come anti-autoritario mentre conduce a un nuovo autoritarismo».
Concentrato ad assicurare alle donne la «salute riproduttiva» ovvero il diritto riproduttivo, inteso in pratica come diritto di non procreare ricorrendo liberamente all'aborto, il femminismo antagonista si è naturalmente alleato con il movimento ambientalista ecocatastrofista, impegnato a realizzare uno sviluppo sostenibile o addirittura un processo di «decrescita». Entrambi i progetti, che continuano a conquistare consensi benché sia la cosiddetta «bomba demografica» sia l'esaurimento delle principali risorse naturali entro la fine del secolo scorso si siano rivelate previsioni sbagliate, richiedono per forza un controllo demografico inflessibile e hanno trovato nelle rivendicazioni femministe uno strumento utilissimo.
Meno scontata, anzi impossibile, avrebbe dovuto essere invece l'alleanza del femminismo antagonista con il terzomondismo. Sembrerebbe infatti che nessuna donna al mondo possa dubitare delle conquiste straordinarie che l'Occidente ha realizzato in fatto di tutela della persona e che garantiscono alle donne dignità, libertà e diritto alla vita come mai prima è avvenuto nella storia umana. Eppure l'altro grande alleato del femminismo antagonista è proprio quell'insieme di teorie che vedono nelle società preindustrali gli esempi supremi di rispetto dei valori umani e demonizzano l'Occidente come se fosse il principale e ultimo difensore del sistema patriarcale responsabile di millenni di soggezione femminile.
Convinte, malgrado ogni evidenza, che l'Occidente rappresenti la società più opprimente, ingiusta e violenta nei confronti delle donne, le femministe antagoniste individuano coerentemente nella religione cristiana il maggiore nemico, l'ostacolo da abbattere sulla strada della piena realizzazione di sé che ogni donna ha diritto di percorrere. In particolare, respingono il modello di femminilità rappresentato da Maria di Nazareth, rifiutando per la donna le virtù che si riassumono nella Madre di Dio.
In tutto ciò, come sempre accade con le ideologie, l'intento originario - in questo caso il bene delle donne - perde rilevanza. L'altra «metà del cielo» diventa così pretesto, occasione e strumento di battaglie combattute nell'ambito dell'attuale conflitto contro l'Occidente, entrato da alcuni anni nella sua fase più cruenta. Il fronte interno antioccidentale è forte anche della militanza del femminismo antagonista.
Intervista all'autrice di Roberto Persico
Vent'anni fa è ritornata alla fede, «perché è la cosa più
razionale», dopo venti in cui aveva battuto tutt'altri lidi.
Da allora, dice, «sono diventata più razionale, e ho visto
come le cose in cui credevo prima erano in realtà dei
condizionamenti». Così Alessandra Nucci, un tempo femminista
ribelle, oggi nonna fiera di esserlo, ha intrapreso quella
che definisce «una rivisitazione senza perdere lo spirito
libertario» delle posizioni di un tempo.
D: Dunque è ancora femminista?
Lo sono se femminismo vuol dire difesa della donna, se
guarda alla verità e non all'ideologia. Ma il femminismo è
pesantemente ideologico: si presenta come un orizzonte
indiscutibile, ci rifila un sacco di imposizioni
surrettizie, e soprattuto ha fatto sparire ogni alternativa.
Le ragazze oggi non riescono neppure a immaginare che possa
esistere un modello di donna diverso da quello imposto dalla
mentalità dominante.
D: Non è un po' esagerato?
No. E non si tratta neppure della spontanea diffusione di
una mentalità, ma di un progetto preciso, che ha al proprio
servizio le agenzie internazionali.
D: Addirittura.
Lei ha mai sentito parlare del Comitato di monitoraggio per
l'applicazione del trattato Cedav?
D: No. Onestamente, neppure del trattato.
Appunto. È un trattato delle Nazioni Unite sulle pari
opportunità. E il Comitato di monitoraggio svolge un'opera
attivissima e pressoché ignota. Ma efficacissima: chi si
oppone a un'agenzia Onu che accusi uno Stato di discriminare
le donne? E così si sviluppa uno Stato-balia planetario, che
dolcemente ci abbraccia per dirci come dobbiamo pensare.
D: E come dobbiamo pensare?
Secondo una linea che lega il femminismo non alla difesa
delle donne, ma al controllo delle nascite. Tutta la
cosiddetta liberazione della donna si traduce alla fine in
questo: nella "liberazione" dalla maternità, ossia nel suo
rifiuto, prima culturale (l'idea tenacemente promossa che la
maternità sia una sorta di handicap) e poi pratico.
D: Per quale motivo?
Qui andiamo lontano. Le origini del rifiuto della maternità
sono da ricercare in un certo ambientalismo che considera
l'uomo non lo scopo della creazione, ma il suo nemico. Che
rifiuta l'idea dell'uomo come immagine e somiglianza di Dio,
dotato di ragione e libertà, per farne un semplice prodotto
dell'evoluzione: è quest'ultima il vero signore della terra,
al quale gli uomini si devono sottomettere.
D: Ma non è l'idea di tutte le femministe.
Certo che no. La stragrande maggioranza delle militanti è in
buona fede. Solo i capi hanno chiara la strategia. Ma sono
capaci di proporla in maniera così subdola da ottenere una
quantità di adesioni, perché diventa mentalità dominante
senza che ci si accorga che si tratta di una opzione. Come
quando, da insegnante di letteratura inglese, proponevo la
mia materia secondo canoni marxisti senza rendermene conto,
semplicemente perché così veniva presentata ovunque. Solo
quando sono tornata alla fede ho cominciato a capire.
D: Cosa c'entra qui la fede?
C'entra, perché la fede nasce da un uso sistematico della
ragione. Gesù non chiedeva un'obbedienza cieca, ma
un'adesione razionale. Questa è la questione decisiva, la
differenza tra la tradizione cristiana e le altre; che
permette, come ha spiegato papa Ratzinger, di parlare con
chiunque. Purché lo si voglia: in America ci sono dei debate
club in cui persone di posizioni anche diversissime si
incontrano per dibattere, razionalmente, su temi scottanti;
da noi no, con la scusa del rispetto delle opinioni altrui o
del timore della polemica si parla solo con la propria
parte. Mentre la fede fondata sulla ragione permette un
dialogo ragionevole con tutti.
Tempi num.45 del 23/11/2006